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Vediamo un pò. Quando nacqui i dottori dissero che avrei vissuto si e no due ore ; ora ho 48 anni e mi vien da pensare di avere ... un'ora o poco meno di vita. Va bè, in ogni caso scrivo da quando avevo 15 anni e la mia prima poesia la scrissi in ospedale guardando il volto di un bimbo sofferente.... (continua)
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Stefano Lovecchio
Le sue 89 poesie
| Parlami,
sbottona la notte
denudando i pori
di luce .
Camminami a pelo
sulle vette
del respiro
e non temere il gelo
del domani.
Sei un coriandolo,
sei festa senza uscita
sei mare che mi attraversa;
sei il bivio che porta
alla mia vita.
Parlami,
scintillami acqua
su legnosa
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| Svelando brina
di tersa aurora
ho scritto appena
nella mia notte;
poter lasciare
mantello austero
e uscire nudo
incontro al vero.
Quell'imparare
a restare stolto
a indifferenza
che ci distrae,
dalla follia
di osare gioia
dove un'aurora
non spera ardore.
Quel non
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| Non mi scegliesti
tra bozze di sogni.
Tu che m'hai amato
non avevi matite
nel cuore.
Solo un foglio candido
madre perla
per scrivere un mistero:
e vivo!
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| Nemmeno so
come respirare
le mie nebbie.
Se una panchina
basti
a riposar nello stupore
o se le luci fioche
sono acquerelli .
Se le corse
sono un ritorno
o un fuggire dal giorno.
Se restare
è sfiorire
o lasciarsi seminare.
Nemmeno so
come masticare
questo sole.
Se
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| Forse sarai un sentiero angusto
che nessuno osa percorrere
o forse
un tratto di cielo
che le aquile non possono osare;
forse sarai il percorso
dove un fiume di tristezza
trova pace
o forse sarai una strada cieca
che sembra non porti a nulla...
chiunque tu sia
sei un percorso
dove
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| Di vetro
lo sguardo,
rivela in dì novembre
impronte d'acqua inermi
di mani ignote d'aria.
Impattano, s'arrancano,
carezzano immane freddo,
dissetano lo sguardo
di gocce erranti e tremule;
s'addensano l'un l'altra
e in cirri di sussurri
volteggiano gaudiosi rivoli
scendendo
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| Parliamo ancora .
Ascolteremo il passo
dei baci
sulle dune ariose
e sfiorando le felci
degli occhi schiusi
scriveremo le labbra
sul fuoco:
poemi di buio
ormai commossi e vinti
dall'abbraccio.
Parliamo ancora.
Ci chiameremo nome
a nome
tra grembi di fremiti nudi,
in
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| Giungono le tue mani
a prendere il deserto
sollevandolo al cielo
del tuo sorriso,
e scandisco il tuo respiro
come il vomere
scandisce le zolle
al seme ignudo.
Ma a me spettava e tocca
la sorte della roccia
muta
che ama ogni passo
come l'eco
s'innamora della voce
silente
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| Mi dici
del tuo vestito
di parole trapuntate
e sembri bella
con i tuoi capelli
di dolore da pettinare.
Mi dici
del tuo grembo
come un porto
senza mare
evaporato nella noia.
Di cosa vai fiera?
Della sottana di odio
che porti e non ostenti!
Non ti dirò carezze
su quella seta
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| Avviene,
che l'impossibile
si fa servo del grido;
lava i piedi dell'assurdo,
e il passo chino
diviene danza.
Avviene
che cessano le lacrime
scalfire,
sanguinando perché;
si spezzano le unghie dell'angoscia,
si squarciano gli orizzonti
avvinti .
Avviene
che il
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| Ci macellano rose
nell'atrio dei sensi
e ce le vendono
come allodole
allo sguardo.
Arpiona bellezza
quel miele di unghie
irriverenti,
per farne scempio:
olio di bramosia
ci cuoce il tempo
del pensiero limpido.
Chè il possedere
è un rantolo
divenuto altare
su cui
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| All'aurora,
quando le tenebre
si accanivano ancora
sul respiro;
all'aurora...
quando il grembo del battito
liberava all'orizzonte
e ci sognava bimbi ovunque
I foderi sguainarono l'urlo
e mi insegnarono
a vibrare lo sguardo,
sulle carni inermi del senso;
e mi sembrò la
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| Cerco un incrocio
tra il silenzio e il rumore.
Sopiti dubbi
percorro in rettilineo
furente:
è un carnevale
di catrame sinuoso,
è un corridoio
senza stanze
in cui ospitar l'amore!
E fuggi alle domande
e resti fermo,
se appena un poco,
t'accingi ad uno sguardo
al
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| D'eleganza non sembri
figlio,
l'opposto appari,
di un giglio.
E musichi legno
e accogli lo spazio,
nell'abbraccio
tortuoso e fluente.
Son rime le tue rughe,
saltellano nodi e viuzze
e intrecciano braccia al cielo
di piroette aguzze.
Nel maggio
di nostre vite,
accinti a corolle
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| Percorro ancora
le viuzze ombrose
del tuo sorriso
che le domande aguzze
di pietra viva
a volte erano inciampo;
attorno la tua luce
giocava a nascondino,
spicchi, arcate, fessure
o facciate intere
disegnava la tua gioia
tra ombra e ombra.
Del pensile terrazzino
avvinto al muro a
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